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CHATEAU BIANCARA

novembre 30, 2011

SABATO, 22 MAGGIO 2010

IL VINO DI ANGIOLINO MAULE E IL RAGNO DI STARK

Ieri la Confraternita della Vite e del Vino di Trento ha organizzato una degustazione di vini bianchi coltivati con il metodo biodinamico.
La spiegazione del biodinamico è piuttosto complessa e lunga e qui non è il posto per farla, oggi. La relazione l’ha tenuta Zozin, responsabile della Cantina Manincor di Caldaro (BZ) se ci tenete all’argomento andate a trovarlo e fatevela spiegare, è bravissimo ed un ottimo oratore.
Dunque, ci sono stati serviti nove vini in degustazione, e mi riprometto di parlarne in un successivo post.
In questo voglio parlare solo di un solo vino biodinamico che ci è stato servito, quello di Angiolino Maule.
E’ un vignaiolo estremo ed abbastanza ideologico con un passato da pizzaiolo che ha deciso di lasciare armi e bagagli e di mettersi a fare il vino. Nel recente convegno di Trento (organizzato dalla Confraternita e da Porthos, si trovano gli atti sul numero trentacinque di Porthos) Maule ha dichiarato di pensare, ai suoi inizi, che “il vino fosse il frutto della terra trasformato dalla cultura dell’uomo e che questa cultura non fosse basata sui lieviti, sul carbon fossile e su tutti i prodotti chimici” (citazione tratta da Portos trentacinque pag. 94).
Orbene, è comparso nel mio bicchiere un suo vino bianco: Sassaia, 80 % Garganega e 20 % Trebbiano. Senza aggiunta di solforosa.
Bianco per modo di dire, in realtà era un giallo carico quasi oro, dall’aspetto un  po’ velato (torbol cioè torbido,  ha detto il mio vicino, ma aveva voglia di esagerare).
Il profumo e l’aroma erano quelli del bel tempo antico (“di cantina” ha detto il mo amico in vena di scherzi), in realtà sembrava un vino non perfetto. Non male come equilibrio e non male anche nel suo insieme, ma sicuramente non paragonabile con tutti gli altri. A parte il profumo antico

(cantina) uscivano pur sempre i sentori tipici del bianco, qualche fiore bianco e un sentore poco potente come di foglie d’albero (come quando si mastica una foglia di melo). Assolutamente non indimenticabile dunque quanto a profumo. In bocca invece un buon equilibrio, ma sempre giocato su toni minori: non è esplosivo, non è lungo, non è largo e non è memorabile. Finisce abbastanza minerale; il giudizio sul vino però in questo caso deve lasciare spazio al giudizio “filosofico”.
Questo è un vino da curiosità, che consente però di capire dove saremmo, o dove potremmo essere, qui ed ora, non in astratto, quando i produttori di vino facessero tutti il vino con i metodi naturali di cui Maule è portabandiera. Io sono interessato a tutto il mondo del vino nel suo complesso, e mi avvicino a tutti i vini con curiosità e rispetto.
Quindi rispetto anche questo Sassaia di Maule perché è il vino che mi consente di capire come potrebbe essere il vino, e anche quanto si distanzia da altri vini, che sicuramente saranno meno naturali e meno digeribili, ma che mi piacciono di più. In pratica io rappresento quel “mercato” che in qualche modo orienta i vini verso un prodotto bevibile e godereccio. Chiaro che l’impegnarsi a degustare qualche volta vini particolari, o impegnarsi con vini dai sentori fini e difficili da scoprire, penso alla Nosiola che fanno in Trentino, è bello e divertente. Ma passare tutta la vita a bere un vino con poca personalità (o con troppa personalità forse a meglio dire) come il sassaia non sarebbe la mia aspirazione.
Ho intitolato questo post Chateau Biancara perché sicuramente questo è un caso in cui la mano del produttore prevale su qualsiasi vitigno. Insomma, in sintesi, mi sto ancora chiedendo se ieri ho bevuto un “Garganega + Trebbiano” o se invece non ho bevuto un Maule.
A quelli che sostengono che questo vino è più naturale e meno dannoso degli altri potrei rispondere solo che, a quanto ne so. ciò che fa male del vino è l’alcol. Per questo non bisognerebbe nemmeno berlo. Ma è un piacere, a cui mi lascio andare volentieri. Quanto ad alcol fa male anche il vino di Maule, quanto al resto, non farà più male di tutto l’inquinamento in cui viviamo.

Una cosa buona indubitabilmente c’è: di questo vino si ha voglia di parlare; non è come tutti gli altri, ma va bene per intesserci su una serata: un po come il famoso spremiagruni a forma di ragno di Philippe Stark (cfr inhttp://www.eyeondesign.it/spremiagrumi-juicy-salif-di-philippe-stark-per-alessi/ ); è sicuramente più scomodo e meno funzionale di tutti gli altri, ma se vuoi passare una sera a parlare di design, allora e meglio avere quello come oggetto di conversazione, che il mio spremiagrumi di plastica bianca con la vaschetta trasparente.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.

Postato da: arneis a 10:00 | link | commenti 

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