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ENTANT CHE I VEGNIVA

novembre 30, 2011

SABATO, 29 GENNAIO 2011

MASO MARTIS BRUT ROSE’ – MASO MARTIS BRUT RISERVA TRENTODOC
28 GENNAIO 2011

Dunque, riuniti per degustare vini bianchi strutturati e di spalla grossa, nel mentre che stavamo aspettando l’arrivo di tutti gli invitati, è stata aperta una bottiglia di spumante.
Toh! C’era un Brut Rose’, sboccatura 2010, e un Brut Riserva Trentodoc annata 2005.
Si è dimostrato un vino assolutamente gradevole; il colore dei vini o spumanti rosati è sembre una scommessa e qualche volta sembra una caricatura: in questo caso mi sembrava un rosa scarico, ottenuto dalla macerazione sulle bucce del pinot nero di cui lo spumante è fatto, molto brillante e con una bellissima grana sottile di perlage: una promessa assolutamente seducente.
Un vino “rosa”   anche nel senso di un po’ femminile di porsi: un vinello ammiccante, morbido, scivoloso e vellutato in bocca, assolutamente floreale e con sentori di lieviti molto carini.
Devo dirlo: l’ho gradito tantissimo! E ha sorpreso anche i miei amici che pure come ormai saprete non sono inclini allo spumante. Questo Brut Rose’, invece con la sua semplicità e gradevolezza ha stupito gradevolmente tutti.
Come ahimè accade, quando un vino stupisce tutti, o li incuriosisce, termina subito.
Del resto gli invitati tardavano ad arrivare e il livello nella bottiglia fatalmente in calo. Quando è arrivato l’ultimo commensale, l’ho accolto con un bicchiere in mano, ma purtroppo contenente solo un piccolissimo asaggio.
Non è rimasto che aprire un secondo spumante, più strutturato rispetto al primo, e più adatto, volendo a sostenere in un pasto dei piatti più importanti, per ingannare l’attesa del vero clou della serata.
Ma rispetto al primo, che in astratto dovrebbe essere stato un vino meno nobile, mi è sembrato un passo indietro. Lo dico subito: un passo indietro non significa affatto che fosse cattivo, anzi.
Il Brut Riserva Trentodoc del millesimo 2005 LM / 10 solamente non ha mantenuto le promesse del fratello stappato prima. L’aspetto, ad onor del vero, splendido, brillante, la spuma finissima e persistente. Il profumo mi ha destato qualche perplessità. forse ancora ammaliato dal fruttato e dalla finezza del rosè, mi sono trovato un profluvio che non mi sembrava perfettamente franco. Escluso che si trattasse di tappo, era forse un sentore di legno (ma farà legno? in etichetta non c’è scritto niente). In etichetta c’è scritto che è un capolavoro enologico, ma questo giudizio dovrebbe forse essere lasciato a chi lo beve, non a chi lo fa: come dappertutto nella vita, non siamo noi stessi a darci le valutazioni, ma i nostri interlocutori. E dobbiamo accettarle.
Comunque non voglio degenerare: questo è un signor spumante, con i suoi sentori floreali forse un po’ troppo nascosti sotto questa strana sensazione pesante che non ho saputo identificare, ma bevibile. Mi è sembrato troppo pieno e muscolare quando lo avrei voluto più semplice e beverino.
Insomma, fra un assaggio ed un altro, nell’attesa di preparare la cena vera e propria e passare alla degustazione vera e propria dei bianchi fermi strutturati, anche questo spumante è finito -segno che proprio del tutto negativo non era.

Fra un’assaggio e l’altro abbiamo però stilato per ridere un cromatismo di spumanti:
sul gradino più basso sta lo spumante “de pomi” o da spruzzo, un tanto al chilo da usare solo per spruzzare addosso a qualcuno da festeggiare.

Un gradino sopra lo spumante “da rutti” con il perlage grosso, più vicino alle bollicine dell’acqua minerale che a quello dei capolavori enologici.

Poi gli spumanti che si bevono ma nei quali qualcosa non va;
ed infine gli spumanti che berresti in ogni momento e con qualsiasi piatto.
Quei due di stasera appartengono entrambi ad un ottimo livello, con la sorpresa che alla fine mi ha attratto e soddisfatto di più quello sepmplice e, presumo, meno costoso.

Uno dei nostri commensali, lungo la cena, ha fatto una osservazione sull’etichetta, non in quanto tale di questo spumante, ma su questo spumante in relazione alla spumantistica trentina, che vale la pena dire. Provo a ripeterlo come ho capito.
Gli spumantisti del Trentino dovrebbero esportare ma hanno in testa la necessità di distinguersi, e ciò sembra significare che guardano solo al mercato locale.
Tutte queste etichette ricercate e differenti fanno solo casino.
Dovrebbero invece aver scritto chiaro e sopra tutto il fatto che è uno spumante Trentino. Io non so dire se Trentodoc sia un nome giusto: qualcuno lo denigra, io non sono esperto di marketing, quindi meglio tacere.
Però penso che lontano da qui, in America o anche nei paesi europei, ben difficilmente conoscono la differenza fra Martignano dove fanno il Maso Martis, e Lavis dove fanno, per dire, L’Abate Nero.
Quando io guardo i libri sui vini francesi, faccio davvero molta fatica a ricordarmi i nomi di alcune zone vocatissime, ‘maginarsi quelle minori.
Invece qui hanno messo Maso Martis in primo piano e poi Brut rose’ ed alla fine l’etichetta non comunica niente se non a chi abita a Trento e conosce Martignano. A meno che non vogliano comunicare il concetto a me caro, che il vino non diventa da solo e quindi il nome del produttore va messo in bella vista; in questo caso sarebbe giusto, ma allora significa chiudersi un una dimensione localistica che non dovrebbe essere quello del Trentodoc. Mah.

Un saluto dal vostro Primo Oratore.

Postato da: arneis a 15:04 | link | commenti 

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