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TEROLDEGO O TEROLDEGHI?

novembre 30, 2011

DOMENICA, 03 APRILE 2011

UN VINO PERENNEMENTE A META’

Da qualsiasi parte andiate a cercare le descrizioni del teroldego ne troverete di questo tenore: un vino dal colore rubino, intenso o molto carico e vivo, con profumi floreali di viola e con aromi di piccoli frutti del bosco; caratterizzato anche da una certa terrosità, la sua struttura è buona, la tannicità media ed anche mediamente è alcolico. Questa è una descrizione che, almeno parzialmente, va bene praticamente per qualsiasi vino rosso europeo. La caratteristica del teroldego è una vena che ha un che di selvatico, con una linea di tannini abbastanza spigolosi, insomma ne viene fuori un vino un po’ rustico.
Il problema è che a me questo vino, che dovrebbe essere un po’ il principe dei vini trentini non piace e mi capita raramente di assaggiarne.
Forse il fatto è che mi sono formato bocca e naso con vini diversi, più arrotati e morbidi, ovviamente quelli che andavano (vanno ancora?) di moda, con sentori di vaniglia  eccetera, insomma internazionali.
Se i vitigni internazionali hanno preso piede anche in Trentino rispetto ai nostri autoctoni originari (tipo la franconia o il pavana o il negrara o il rossara) ci sarà un perchè.
Di autoctoni ne sono rimasti pochi fra cui appunto il teroldego.
Che è un vino prodotto più come si faceva una volta, cioè grandi produzioni, grazie ad un disciplinare larghissimo di manica che punta sulla quantità, di vini comuni e comunque poco fini, sempre un po’ rasposi.
Su un vecchio numero di Porthos avevo letto (cerco di riannodare i fili della mia memoria) che il teroldego coltivato come viene fatto tradizionalmente, e cioè con la pergola trentina larga, darà sempre un prodotto un po’ rasposo ed un po’ selvatico, abbastanza spigoloso e poco soddisfacente; ma non si può nemmeno tortnare indietro di colpo perchè queste vigne ne soffrirebbero. Molto merglio andrebbe la coltivazione a guyot, ma pochi hanno il cuore o l’opportunità di farlo.
Del resto, perchè cambiare quando comunque la si voglia vedere, viene fuori questo teroldego ruvido, ma anche con un minimo di speziato che è una caratteristica naturale che bene o male si ritrova comunque lo si produca, questo vino.
Se si aggiunge il carattere conservatore di molti Trentini sarà difficile vedere riconversioni.
Dunque ricapitolando, la legge consente rese impressionanti, il disciplinare (DPR 18.2.1971) ammette una produzione massima di 170 (diconsi centosettanta!!!!) quintali per ettaro, il vino, anche con queste rese o poco minori, ottierne comunque un minimo di personalità, il colore non manca mai e c’è sempre chi lo fa così.
C’è anche chi non vuole farlo così, ed allora ne viene fuori un vino abbastanza stupefacente, complesso, fruttato sul serio, qualche sentore di vaniglia se fa legno, insomma un vino con le carte in regola per sfondare ovunque.

Ma qui nascono i problemi: perchè il teroldego del primo tipo si trova in vendita fra i 4 e i 7 €, mentre il teroldego del secondo tipo secondo me è troppo caro, arriva oltre i 30 €

Nei giorni scorsi ho avuto l’occasione di bere sia il tipo di vino tradizionale, della cantina Grigolli di trento non mi ricordo l’annata, che non ho gradito; le sensazioni che mi restano sono comunque non positive nel complesso: non che fosse un vino cattivo, anzi era franco e colorato, ma un po’ debole, poco complesso, poco profumato e con una predominanza di sapori aspretti e terrosi, insomma un vino che si beve come una volta, come un vino da pasto o giù di lì, semplice e con un prevalente sapore vinoso; chi non va in cerca di emozioni potrà goderselo così e beato lui con buona pace di tutti. Non un vino da degustazione, senza potenza: e comunque se fosse migliore sarebbe forse più elegante, ma il turbo mai.

La seconda bottiglia invece un vino della De Vescovi Ulzbach: questa cantina  fa due tipologie di teroldego, il Doc (base) e il Doc Vigilius.
Il Vigilius, che ho bevuto in altre occasioni è un vino davvero grande, ma costa già intorno ai 25 €.
Il Doc “normale” invece è un vino che si difende bene, millesimo 2007. Bel colore, inizialmente un profumo di vaniglia, ma poi viene fuori la viola e i frutti di bosco. Piacevoli, e ben amalgamati tutti i sapori, esprime anche una nota minerale e speziata, con un bel finale persistente. Forse, a volerlo cercare, resta il difetto del vino precedente: non sembra avere mai potenza. Ma in un vino alla fine così buono direi che non è un male: non ti aggredisce e non ti riempie la bocca, consente di accostare ed accompaganre i piatti anche quello belli solidi come in questa volta in cui l’abbiamo fatto accompagnare ad una grigliata.
Ecco, dunque le due facce: il primo un vino tradizionale corposo e bevibile ma senza eleganza, il secondo più scattante e intenso, ma senza raggiungere vette eccelse. Le raggiunge il Vigilius che dovrò riprendere per rinfrescarmi la memoria.
In fondo, sia come sia, è questo il vino della mia terra: insomma da bere con il motto che right or wrong my country: ma è giusto bere per questo? O è una deriva localistica che bisogna respingere?

Un saluto dal vostro primo Oratore.

Postato da: arneis a 16:52 | link | commenti (1)

One Comment leave one →
  1. Admin permalink
    dicembre 1, 2011 7:11 am

    Cum voluptatem superat labor Burgundorum bibat rotalianumque remove…lo dicevano anche gli antichi!

    Μέγας Λογοθέτης

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